Descrizione
La Chiesa di Santa Maria Maggiore di Grottaminarda si impianta sul punto più alto della collina dove sorge il nucleo più antico dell’abitato grottese.
È la sede della Parrocchia di Santa Maria Maggiore e, dal 1478 al 1866, ebbe la qualifica di Chiesa Collegiale, con un capitolo di dodici cariche, tra cui l’arciprete, il primicerio maggiore, il primicerio minore e nove canonici.
La chiesa, oggi ufficialmente identificata come Chiesa di Santa Maria Maggiore, era nota nei documenti anche con il titolo di S. Maria Assunta in Cielo.
L’edificio è documentato con certezza soltanto verso la metà del XV secolo, ma, verosimilmente, si può ipotizzare che la struttura già esistesse alla fine del secolo precedente.
Nel 1447, su iniziativa di Ladislao I d’Aquino, signore di Grottaminarda, divenne la sede della nuova parrocchia di Santa Maria Maggiore, che a sua volta, dal 1453, divenne di patronato della stessa famiglia d’Aquino.
Distrutta dal terremoto del 5 dicembre 1456, la chiesa, ricostruita a spese dello stesso d’Aquino, venne solennemente consacrata e riaperta nel 1474.
All’inizio del Seicento venne ristrutturata e abbellita a spese dell’arciprete Giovanni Nicola De Bellucis (1594-1627) che la fece riconsacrare nel 1621 e vi fece costruire il proprio monumento funebre nel 1625.
A seguito del terremoto del 29 novembre 1732 la chiesa, per impulso dell’arciprete Pietro Antonio Perillo (1748—1796), venne ricostruita a spese della famiglia Coscia, nuovi feudatari di Grottaminarda, e solennemente consacrata nel 1774, nonostante i lavori non fossero stati ancora ultimati.
Successivamente la struttura venne lesionata da varie terremoti: una prima volta da quello del 23 luglio 1930 e poi restaurata per iniziativa dell’arciprete Alfonso Maria Cogliani (1925-1935); una seconda volta dal terremoto del 21 agosto 1962 e poi ristrutturata e riaperta al culto il 7 agosto 1966, sotto la spinta dell’arciprete Giuseppe Pasquariello (1935-1970); un ultima volta dal terremoto del 23 novembre 1980 e, per iniziativa del parroco Don Rocco Salierno (1983-1998), restaurata e riaperta il 7 agosto 1993.
Ulteriori lavori di ristrutturazioni sono stati svolti tra il 2011 e il 2016 per interessamento del parroco Don Carmine Santoro.
Attualmente l’edificio si presenta nella veste ricevuta dopo il terremoto del 1732 con uno sviluppo longitudinale con transetto (la cosiddetta pianta a croce latina).
Da documenti d’archivio sappiamo che la chiesa fu edificata, sotto lo sguardi vigile dell’arciprete Pietro Antonio Perillo, dai mastri muratori e fabbricatori Ciriaco di Silvia di Mercogliano e Domenico Quarata di Fontanarosa, a partire dal 1744.
L’interno venne decorato dal maestro d’ascia Michele Vigilante di Ariano, che realizzò bussola, la cantoria e la cassa dell’organo; dal maestro stuccatore e intagliatore, Gaetano Amoroso, di Miano, che realizzò i pilastri, i capitelli, i cornicioni, i festoni e gli altari laterali che in origine erano stucco; dallo scultore Nicola Massaro che realizzò gli angeli, le allegorie e i quattro evangelisti del transetto, il fonte battesimale e l’altare maggiore; e dal reggiolaro, o ceramista, Giuseppe (junior) Massa che realizzò la pavimentazione maiolicata, sostituita negli anni Cinquanta del Novecento con quella attuale.
Al suo interno sono conservati, la "Pietà" (prima metà del XVI secolo), una delle prime riproduzioni irpine della Pietà di Michelangelo; la "Pala della Madonna del Rosario" (fine XVI- inizio XVII secolo), attribuita alla cerchia di Hendricksz Dirk detto Teodoro d’Errico; due tele dei Fratelli Sarnelli, l' "Immacolata Concezione" e "San Giacomo e San Tommaso che venerano il Santissimo Sacramento" (1766); le opere di Flavio Grasso (2016).
[testo a cura di Raffaele Masiello]